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Due novesi a Regensburg, ma non chiamateci “cervelli in fuga”!

SCAMBIO DI OPINIONI TRA DUE STUDENTI UNIVERSITARI IN TRASFERTA

Pubblicato su L’Altro Vicentino – Luglio 2012 – Scarica qui l’articolo pubblicato su L’Altro Vicentino (Luglio 2012, pagina 9)

di Michele Faggion e Ilaria Telve

Ritrovarsi fra novesi in Germania, circa un mese fa, è stato decisamente curioso. La mia amica Ilaria, studentessa novese di

Lingue che da ottobre vive a Würzburg, nell’ alta Baviera, è venuta a farmi visita nella mia bellissima Regensburg. Raccontandoci le nostre esperienze e scambiandoci opinioni, c’è venuta l’idea di scrivere insieme la continuazione del mio precedente articolo, nel quale mi ero posto l’obiettivo di raccontarvi il mito della Germania, il Paese europeo più “gettonato” del momento. Questa volta, quindi, ci proviamo in due.

E’ di pochi mesi fa la notizia che in Germania il tasso di disoccupazione, nonostante la crisi che sta investendo l’Europa, ha raggiunto uno dei suoi livelli più bassi dal 1989. Partendo da questa notizia ci siamo chiesti: “Perchè? Perchè qui sì e a casa no?”.

Bisogna innanzitutto sottolineare un’apertura verso il mondo che da noi un po’, effettivamente, manca. In Germania, dopo l’Abitur, il nostro esame di maturità, è quasi scontato per i ragazzi che vogliono continuare gli studi all’università, partecipare a un progetto di volontariato o di servizi sociali per almeno 6 mesi, molto spesso all’estero. In questo periodo, lo studente tedesco ha così modo di conoscere realtà diverse e di fare esperienze formative che gli aprono gli orizzonti e lo aiutano nella presa di coscienza di quello che vorrà realizzare nella vita. Inoltre, una volta intrapresa la carriera universitaria è assolutamente normale cambiare città.

Non c’è quindi da sorprendersi nell’incontrare uno studente originario di Berlino o di Amburgo, due tra le più grandi città tedesche, a Regensburg o a Würzburg, che per numero di abitanti sono paragonabili a una città come quella di Vicenza. Perché questa considerazione? Perchè questo porta gli studenti a diventare indipendenti non appena compiuti i 20 anni e li inducono a iniziare prima una ricerca del lavoro mirata. Dando uno sguardo ai siti delle più importanti aziende tedesche, non c’è da meravigliarsi nel trovare degli annunci indirizzati proprio agli studenti: lavori part-time, attraverso i quali gli studenti si integrano nel mondo del lavoro “vero e proprio”, non essendo così sempre costretti a classici lavoretti saltuari.

Molte anche le offerte di lavoro all’interno dell’università stessa, come tutori o assistenti dei docenti: un’apertura verso la ricerca sicuramente più protetta e incentivata che in Italia. Anche l’inserimento nel campo dell’insegnamento si dimostra più concreto: dopo la laurea sono previsti due anni di praticantato retribuito, mentre il TFA italiano, il Tirocinio Formativo Attivo, non prevede rimborso alcuno.

Ma ritorniamo alla domanda iniziale: perché una disoccupazione così bassa? Il fatto che la Germania sia l’unico paese in Europa a presentare un dato simile non può che farci ritenere che i motivi siano da ricercare all’interno della nazione stessa: ovviamente le ragioni sono molto complesse e riguardano aspetti che vanno al di là di quelli indicati sopra. Nello specifico, posso dirvi che dopo 4 mesi di vita in Germania, ho realizzato e individuato tre fattori in grado di spiegare questa differenza:

(1) c’è una costante capacità di prevedere e pensare al futuro che in Italia non si percepisce, con una battuta “non si aspetta l’evento o l’incidente, ma le cose si fanno bene da subito”;

(2) l’apertura mentale di cui si parlava prima fa si che le imprese tedesche siano “naturalmente” aperte all’internazionalizzazione e a nuove sfide, sfruttando in patria l’ingente vantaggio competitivo accumulato negli anni in termini di efficienza, produttività ed innovazione (tutto ciò favorito senza dubbio da ingenti investimenti pubblici e privati nella ricerca);

(3) come già accennavo l’altra volta, esiste uno stretto coordinamento fra enti, anche di natura diversa, che rende la pubblica amministrazione non solo ben funzionante, ma soprattutto “integrata” e in grado di venire incontro al cittadino.

Queste “caratteristiche”, purtroppo, mancano in parte o del tutto in Italia: pur avendo le stesse capacità, la stessa ambizione e le stesse competenze mancano le risorse, spesso usate in modo improprio.

Alla luce di tutte queste considerazioni non ci si stupisce più di sentirsi dire da amici e coetanei “resta là!”. Ognuno per i propri motivi, sappiamo invece di voler tornare: stiamo imparando tanto e vogliamo imparare ancora di più, ma le nostre capacità le vorremmo anche mettere a disposizione del nostro Paese.