Home » Articoli » Italia: un decennio di crescita perduto. Quali cause?

Tratto dalle Lezioni di International Economics and Finance (Università degli Studi di Padova)

Se analizziamo la classifica stilata dal FMI sulla crescita economica di 180 paesi degli ultimi dieci anni, l’Italia si posiziona al 179° posto, alla penultima posizione, col 2,7% di crescita reale. Per questa ragione ormai si parla di “decennio perso” per l’Italia.

L’incapacità di crescere è senza dubbio il maggior problema strutturale che preoccupa i mercati  finanziari e che il nostro paese dovrà affrontare nei prossimi anni.

La principale urgenza per il nostro paese è cambiare gli incentivi che regolano i comportamenti degli agenti economici, e dirigere gli stessi verso prassi di trasparenza, merito e legalità.

Il dilemma che oggi deve risolvere il neo Presidente del Consiglio Mario Monti è se ridurre il debito o rilanciare la crescita. Il debito rappresenta infatti un limite alla crescita del paese.

Per comprendere le origini di questo problema, di seguito ne analizziamo le principali cause:

  1. l’instabilità politica, un problema endemico di corruzione e l’assenza di meritocrazia insita nelle istituzioni pubbliche italiane generano costi ingenti per il sistema economico e spingono molto giovani ad emigrare (la così detta “fuga dei cervelli”); la debolezza endemica e l’impreparazione della classe politica italiana andrebbe contrastata con nuove istituzioni politiche che redistribuiscano il potere politico e selezioni i politici “migliori” (riforma del sistema elettorale); basti pensare alcune stime sostengono che i costi annui della corruzione raggiunga il 5% del PIL.
  2. assenza di investimento e scarsa rilevanza data dal ruolo della ricerca, dell’università e della cultura: l’esempio più importante è quello della Finlandia, paese che ha focalizzato il suo sistema economico sull’innovazione e sull’istruzione grazie alla costruzione di ottime istituzioni (università e sistemi educativi).

L’investire in questi programmi genera benefici ingenti al sistema economico in termini di equità sociale, in quanto migliora la mobilità fra classi sociali (assai ridotta in Italia): molti studi basati su regressioni del reddito di un giovane lavoratore con reddito della famiglia e livello di istruzione hanno evidenziato che la variabile significativa è proprio il reddito delle famiglie: non c’è mobilità sociale!

  1. divario crescente fra Nord e Sud testimoniato dalla crescente disoccupazione in particolare fra i giovani (che ha raggiunto il 30% nella media nazionale, 45% fra quelli del Sud Italia) e dal lavoro nero. Le principali cause sono da ricercare nelle istituzioni inefficienti del sud e all’elevato tasso di criminalità organizzata (la diversità fra le istituzioni fra nord e sud è da imputare a sua volta a diverse istituzioni storiche fra il Regno delle Due Sicilie, il Regno della Chiesa e della Repubblica di Venezia). Tale situazione spinge molti giovani del Sud Italia ad emigrare verso nord.
  2. il peggioramento della bilancia commerciale a causa della diminuzione delle esportazioni, soprattutto, se confrontata con gli altri paesi europei (come la Germania) che negli ultimi decenni hanno specializzato le loro economie verso prodotti ad alto contenuto tecnologico, mentre l’Italia ha continuato a produrre beni a basso contenuto tecnologico. Tale diversità è rilevante oggi ancor più che nel passato poiché con l’integrazione monetaria ha aumentato la competizione fra paesi dell’UE.
  3. la diminuita capacità di attrarre capitali stranieri a causa dell’inefficienza del sistema burocratico pubblico e della mancanza di fiducia degli investitori esteri verso il nostro paese (anche dovuto come detto sopra all’instabilità politica); inoltre, neppure gli italiani ormai hanno fiducia nelle proprie istituzioni.
  4. la dualità del mercato del lavoro che protegge gli insider già occupati e rende precarie le giovani generazioni, le cui cause sono da ricercare nella frammentazione dei contratti a tempo determinato, e nell’inefficienza del ruolo dei sindacati, e nella mancanza di un sistema di protezione universale dei disoccupati e di relativi incentivi (tipo flexsecutiry); la conseguenza diretta è l’elevata disoccupazione giovanile, dato ancor più preoccupante se si considera che tale tasso è maggiore fra i giovani laureati che fra quelli con scolarità inferiore. Altro problema connesso al mercato del lavoro è il basso tasso di occupazione femminile, da imputare sempre a cattive istituzioni e a fattori culturali (discriminazioni): tali fenomeni producono esternalità negative per l’intero sistemo economico.
  5. un debito pubblico che supera il 120% del PIL che blocca la possibilità di utilizzare la politica fiscale da parte del governo (e di conseguenza pone dei limiti negli investimenti infrastrutturali di vario tipo, in primis la banda larga, riconosciuta a livello europeo come una delle maggiori fonti di crescita economica, oltre che di trasparenza nei rapporti fra pubblica amministrazioni, cittadini e imprese);
  6. mancanza di un mercato concorrenziale che limita la facilità di iniziativa imprenditoriale e rende inefficiente il sistema economico: molti settori sono ancora caratterizzati da elevate barriere all’ingresso, come nelle professioni.  E’ necessario rimuovere rendite e monopoli e introdurre maggiori livelli di trasparenza, che vanno a ridurre il “benessere” dei consumatori.
  7. un sistema informativo affetto da problemi di conflitto di interessi rendono il sistema meno efficiente (l’Italia è fra gli ultimi posti nelle classifica di libertà di informazione secondo Freedom House).
  8. elevati tassi di evasione fiscale, dipesi soprattutto da aspetti culturali (assenza della cultura della “cultura della legalità” e “senso di responsabilità”). Basti pensare ai provvedimenti dei “condoni”. E’ il 18% del PIL e circa 120 mld di euro all’anno.

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