Home » Articoli » L’attuale crisi del debito sovrano

Rielaborato dalle Lezioni di International Economics and Finance (Università degli Studi di Padova)

La principale eredità che la lasciato la crisi finanziaria globale del 2007 è l’aumento del debito pubblico dei governi.

Nel 2010 cominciavano a manifestati i primi segnali di ripresa (“recovery”) nei paesi dell’Europa e degli USA e le istituzioni internazionali hanno i\niziato ad interrogarsi sulla necessità di ridurre gli ingenti deficit dei bilanci pubblici. Il dibattito è aperto anche fra gli economisti, fra i quali alcuni  (come Paul Krugman) ritengono che le misure di austerità avviate da alcuni governi (in primi quello inglese di Cameron) abbiano “strozzato” la debole ripresa del PIL, mentre altri (ad esempio, Alesina) ritengono che la riduzione della spesa pubblica per ridurre il deficit sia necessaria per rilanciare l’economia.

Anche i mercati finanziari hanno iniziato ad interrogarsi sulla capacità dei governi di far fronte ai problemi del debito pubblico e nel rilancio dell’economa. Alcuni analisti, infatti, ritengono che i politici non abbiano fatto abbastanza per fornire maggior “certezze” e “fiducia” sulla forza della ripresa nel 2010. I primi segnali si sono manifestati quando nel dicembre del 2009 si sono scoperte le irregolarità sui bilanci della Grecia (a seguito della vittoria elettorale di Papandreu) e sul conseguente pericolo che tale paese potesse cadere in un default o addirittura abbandonare la moneta unica (è un problema di aspettative).

Oltre alla Grecia, gli investitori hanno iniziato ad attaccare anche i debiti sovrani di Portogallo, Spana e Irlanda, paesi cioè che mostravano difficoltà politiche nell’implementare i programmi di austerity per ridurre il deficit [basti pensare che il solo annuncio dell’ex Primo Ministro Zapatero di dimettersi in anticipo abbia placato le turbolenze dei mercati finanziari]. Stessa sorte è toccata anche all’Italia a partire del luglio del 2011, quando i mercati hanno giudicato negativamente la manovra economica del Governo Berlusconi come “inadeguata”. L’effetto immediato è stato l’aumento dello spread ovvero del differenziare la rendimenti dei titoli decennali italiani e tedeschi. Lo spread, infatti, è considerato dagli analisti un’indicatore del rischio di liquidità (e, se la crisi è grave, di solvibilità del debito) e della capacità di un paese di ripagare il proprio debito, e quindi della credibilità, fiducia ed autorevolezza dei programmi e dei governi in carica. Tali elementi sono venuti a mancare in Italia, già a partire dal dicembre 2010 quando il G. Berlusconi ha visto indebolirsi la propria maggioranza politica, rendendolo debole e inefficace nell’azione di governo.

La situazione è in seguito peggiorata anche con il downgrating del rating del nostro paese avvenuto prima in settembre da AA+ a A+.

Gli attacchi speculativi contro i nostri titoli di stato sono continuati nei mesi successivi, quando il Governo ha dovuto applicare la decisione presa a livello comunitario di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, anziché nel 2014, con una nuova manovra economica. Tale provvedimento però è mancato di credibilità, in quanto si è limitato ad introdurre nuove imposte o ridurre spesa pubblica, senza affrontare invece i problemi strutturali del nostro paese, che bloccano la crescita economica (PIL). E’ chiaro infatti, che lo sforzo di un paese nella riduzione del debito può essere credibile solo se vi sono le condizioni strutturali perché l’Italia ritorni a crescere (basti solo pensare al fatto che l’indicatore di indebitamento di un paese è DEBITO/PIL).

La situazione è in seguito precipitata il 6 Novembre 2011, quando il Governo Berlusconi ha perso la maggioranza e il Presidente della Repubblica ha affidato un nuovo incarico a Mario Monti nel formare un governo di tecnici. Questi, da quel momento, hanno intrapreso un percorso di cambiamento, avendo approvato ad oggi importanti pacchetti di riformi strutturali come quella del sistema pensionistico, in tema di apertura dei mercati e della concorrenza in alcuni settori (rimuovendo posizioni di rendita che esistevano in precedenza) e di semplificazione normativa, riforme che influiranno positivamente sugli incentivi che muovono il comportamento degli agenti economici (come del resto il segnale forte che sta dando lo Stato nella lotta all’evasione).

Possiamo senza dubbio affermare che questi iniziali interventi nelle istituzioni del nostro paese abbiano già prodotto importanti benefici: basti pensare che lo spread è passato da 595 punti base del 6 Nov a 375 del 2 Febbraio 2012, più di 200 punti in meno di due mesi. Ciò sta a significare che i mercati giudicano positivamente tale percorsi di riforma e che nutrino fiducia nel nuovo governo.

Le sfide più importanti che rimangono da affrontare al nostro paese sono la riforma del lavoro e la riforma del sistema elettorale: è chiaro infatti che, conclusa questa parentesi di governo tecnico, dovranno essere ridefinite le regole attraverso cui scegliamo la nostra politica e che determinano la distribuzione del potere politico, per evitare gli errori del nostro passato, anche recente.

Vale la pena precisare, infine, che a determinare l’incertezza nei mercati circa la liquidità dei dei paesi e il futuro dell’euro è la mancanza di leadership mostrata fin ora sia da Francia, ma in particolare dalla Germania, dall’assenza di coordinamento mostrata a livello europeo, se non globale, nel guidare l’exit-strategy, ed infine, dalla scarsa sicurezza nell’agire da parte della BCE, che come banca centrale avrebbe potuto stabilizzare i mercato assumendo (previa modifica dei trattati) del ruolo di prestatore di ultima istanza per i paesi con problemi di liquidità (evitando quindi che ques’ultimi si trasformino in problemi di solvenza, com’è accaduto per la Grecia).

 

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